La notizia apparsa sui media locali - che ha portato alla luce un presunto sistema di somministrazione illecita di manodopera e un articolato circuito finanziario oggetto di accertamenti giudiziari - non può essere soltanto considerata una vicenda di natura fiscale o giudiziaria. Come più volte segnalato dalla Cgil, si ripetono segnali e fenomeni che testimoniano l’esistenza di un sistema parallelo all’economia legale basato sulla compressione dei diritti e sullo sfruttamento delle persone.
“Le prime notizie riportate dalla stampa confermano le nostre preoccupazioni - commenta Manuela Trancossi, segretaria generale della Cgil di Ravenna -. Anche nel territorio ravennate questi fenomeni di illegalità e sfruttamento sono diffusi e trasversali a tutti i settori produttivi e non solo a quelli tradizionalmente coinvolti e più esposti, come agricoltura, edilizia e logistica”.
L’inchiesta in questione coinvolge imprese fortemente legate al comparto metalmeccanico. Si parla di circa un migliaio di lavoratrici e lavoratori, molti dei quali stranieri, impiegati come saldatori, carpentieri e manovali di officina, gestiti attraverso società che venivano utilizzate come veri e propri serbatoi di manodopera. Ciò consentiva alle imprese di disporre di lavoratori senza assumersi le conseguenti responsabilità collegate a un corretto rapporto di lavoro.
La Cgil di Ravenna chiede pertanto un’assunzione di responsabilità dell’intera comunità e la costituzione di una cabina di regia, che coinvolga tutte le istituzioni locali, per monitorare e contrastare il fenomeno.
“Chiediamo - conclude Manuela Trancossi - che l’inchiesta faccia chiarezza e vengano accertate tutte le responsabilità a partire dalle aziende committenti e che si apra una riflessione seria sul sistema degli appalti, della somministrazione di manodopera e della catena di subfornitura. Continueremo nel nostro impegno per contrastare i fenomeni di illegalità che purtroppo rendono il mondo del lavoro più debole e ricattabile”.